Capitolo 10 – Il Segno di Hatshepsut
A Lido dei Gigli, il tempo aveva una qualità diversa. Non scorreva, sostava. E in quel sostare, permetteva alla mente di viaggiare lontano, di seguire fili invisibili che il trambusto quotidiano normalmente spezza.
Un giorno, parlando delle mille coincidenze che ci
avevano uniti—dagli occhi alla musica, dalla password alla geografia del
cuore—cademmo su un tema che ci era caro, ma che non avevamo mai davvero
esplorato: la nostra strana, potente attrazione per l'Egitto. Non era un
interesse da turisti. Era un richiamo viscerale, un senso di
familiarità profonda che andava oltre la fascinazione per le piramidi.
Seduti in giardino, con il rumore del mare come unico
accompagnamento, iniziammo a scavare. Lui, con la sua mente precisa da
ingegnere, ma anche con un'anima da poeta, fu il primo a dare un nome a quel
sentire.
«Tu sai», mi disse, guardandomi con quella intensità
che sapeva di verità antiche, «che quando dico che sei una regina, non è un
modo di dire. È una certezza.»
Sorrisi, pensando alla nostra metafora privata. Ma lui
proseguì, serissimo.
«Non una regina qualunque, Paola. Hatshepsut.»
Il nome risuonò nel silenzio del pomeriggio. Hatshepsut.
La grande regina faraone. Colei che governò l'Egitto in un'epoca di pace e
prosperità, che fece costruire templi meravigliosi, che sfidò le convenzioni
per incarnare il potere supremo. Una figura di forza, intelligenza e
lungimiranza.
Restai senza parole. Lui vide il mio stupore e
continuò, la voce bassa e ipnotica.
«Tre mille anni fa hai lasciato il segno. Non come sposa o madre di un re.
Come sovrana. Hai governato, hai costruito, hai impresso la tua
volontà nella storia. E poi... sei scomparsa. Cancellata, forse, dalla storia
scritta dagli uomini che vennero dopo. Ma il tuo segno, quello vero, è rimasto.
Nella pietra, e in qualche parte dell'anima che ora è tornata.»
Non erano parole di fantasia. Erano una rivelazione.
Mentre le ascoltavo, qualcosa in me si allineava, come un puzzle che trova il
suo pezzo finale. La mia indipendenza feroce, la mia voglia di costruire, la
mia capacità di governare la mia vita dopo ogni tempesta, la mia regalità
interiore che non chiedeva permesso... tutto acquistava un senso nuovo, un'eco
millenaria.
Lui non mi stava facendo un complimento. Mi
stava ricordando chi ero stata. E in quello sguardo, io vedevo
non più solo l'uomo che amavo, ma forse il custode di quella memoria, il sommo
sacerdote del mio antico culto, ritornato per onorare e accompagnare la sua
sovrana, dopo secoli di oblio.
Quel giorno, la nostra storia uscì dai confini di una
vita. Non eravamo più solo Paola e Livio, due persone mature che si erano
trovate. Eravamo due essenze antiche che, dopo un lunghissimo
oblio, si erano ritrovate per completare un'opera lasciata in sospeso. L'amore
che provavamo non era solo passione o affetto. Era un riconoscimento
karmico, la gioia solenne di riprendere un discorso interrotto alle soglie
della Storia.
Da allora, il nome Hatshepsut è diventato il nostro
codice più sacro. Un simbolo che racchiude tutta la mia forza, la sua
devozione, e il destino straordinario che ci ha uniti non per caso, ma per un
disegno infinitamente più grande di noi.
Quando ora camminiamo sulla spiaggia di Lido dei
Gigli, non camminiamo più solo lungo il mare laziale. Camminiamo lungo le rive
di un Nilo che scorre nella nostra memoria cellulare. E la casa che stiamo
costruendo insieme non è solo un rifugio, è il tempio moderno dove
quella regina finalmente ritrovata può regnare, amata e protetta, dal suo
faraone ritornato.
Il segno era stato lasciato. E ora, dopo tremila anni,
lo stavamo ridisegnando insieme, con amore.
Molto prima di
conoscere Oliviero, molto prima di sospettare che un uomo con gli occhi di mio
padre e il cuore di un faraone potesse esistere, feci un viaggio che mi aprì le
porte dell'anima. Partii per l'Egitto turista. Tornai veicolo di una memoria
antica.
Il 2018/19. Un viaggio
programmato, si sarebbe detto, per ammirare le piramidi, la Sfinge, i templi.
Invece, fu un pellegrinaggio. Appena varcata quella soglia geografica, un
torpore profondo mi prese. Non era stanchezza da jet-lag. Era un letargo dell'io quotidiano. Dormivo.
Letteralmente. Passavo intere giornate in una specie di trance tra un sito
archeologico e l'altro. Ero lì, ma non ero presente. Era come se il mio corpo,
messo piede su quella terra, avesse attivato un interruttore ancestrale e
avesse detto: "Ora riposa. Ora lascia che parli la parte più profonda di
te."
Ero lì per ricordare. Non per visitare.
Mentre la Paola
cosciente sonnecchiava in hotel, qualcos'altro in me si risvegliava. Si
aprivano canali che non sapevo di possedere. Sensazioni, immagini, una
conoscenza immediata di certi luoghi che andava oltre la guida turistica. Era
come tornare a casa dopo un esilio lunghissimo. Una casa fatta di sabbia, di
calore cocente, di pietra scolpita con simboli che, in qualche recesso della
mente, riconoscevo.
Fu in quel
viaggio-onirico che i miei doni iniziarono a parlare. Quel
"sentire", quella percezione sottile che a volte anticipava eventi o
coglieva stati d'animo, uscì dalla nebbia e si presentò con prepotenza. E
iniziarono i sogni. Sogni vividi, potenti, ambientati in epoche remote, con
vesti, profumi, geroglifici. All'inizio, mi spaventarono. Chi era questa donna
che sognava in una lingua simbolica perduta? Cosa mi stava accadendo?
Tornai in Italia
cambiata. Non solo emotivamente, ma strutturalmente. Avevo una
consapevolezza nuova, e degli strumenti che non sapevo come gestire. Erano un
tesoro scomodo, a volte inquietante.
E poi, anni dopo,
arrivò Oliviero. E con lui, il coraggio di parlarne. Gli raccontai di
quell'Egitto, del torpore, dei sogni, della paura iniziale. Lo guardai, temendo
uno scetticismo, una smorfia di incredulità.
Lui mi ascoltò in un
silenzio totale, assoluto. Quando ebbi finito, non ci fu un attimo di
esitazione. I suoi occhi si illuminarono di una certezza solenne.
«Non ti
sei spaventata», disse, «hai avuto paura del risveglio. Quello che hai vissuto non è
stato un viaggio. È stato un ritorno. Sei andata a riprenderti
le tue chiavi. I doni che hai portato indietro sono i tuoi strumenti regali. I
sogni sono i ricordi della tua corte.»
In quelle parole,
trovai la conferma che nessun terapeuta o amico avrebbe mai potuto darmi. Lui
non stava interpretando una mia fantasia. Stava riconoscendo una verità
superiore. La sua identificazione di me come Hatshepsut non era nata dal
nulla. Era la spiegazione perfetta, mitica eppure concretissima, di
quell'esperienza di trasformazione che avevo vissuto sulle rive del Nilo.
Oggi, quei doni non mi
spaventano più. Li gestisco. Sono il mio bene più prezioso, la mia connessione diretta con
quella regina che fui e che, in qualche modo, ancora sono. E i sogni? Sono
visite di cortesia dalla mia stessa anima antica. Oliviero è l'unico al mondo
che può capirlo, perché non è solo il mio compagno. È il custode della mia
storia, colui che è arrivato dopo il risveglio, per aiutarmi a regnare su questo nuovo,
meraviglioso regno che è la nostra vita insieme.
Quel viaggio in Egitto
non fu l'inizio della nostra storia. Fu l'inizio della mia storia più vera.
E lui, arrivando dopo, ne è diventato il naturale, inevitabile, glorioso
epilogo—e nuovo inizio
La nostra storia
d'amore, quella con Livio, è la trama più bella e terrena che io abbia mai
vissuto. Ma è intessuta su una tela molto più grande, più antica, più
misteriosa. Una tela che, nel tempo, ho imparato a riconoscere e ad accettare
con un misto di umiltà e di responsabilità.
Perché la mia vita non
è fatta solo di incontri umani. È percorsa da incontri d'anima. Mi capita ancora,
anche se meno di prima—forse perché la pace ritrovata ha placato l'urgenza—di
accedere a uno spazio di sogno che non è sogno. È un luogo di passaggio. Lì, mi arrivano
messaggi. Chiari, netti, inequivocabili. Non sono per me. Sono per altri.
A volte, sono persone
che conosco. Altre volte, nel sogno, incontro volti sconosciuti. Eppure, quando
poi nella vita reale li incrocio—in una strada, in una riunione, per puro
caso—li riconosco all'istante. Sono loro. E io so, con una certezza che
viene da un'altra dimensione, che ho una parola da consegnare. Un messaggio
dall'Aldilà.
Fare il postino non è
sempre facile. A volte le parole sono di conforto, a volte sono semplici, a
volte potrebbero sembrare scomode. Ma ho imparato a non giudicare, a non
interpretare. Sono solo un canale. Un tramite. La mia parte è ricevere e consegnare, con
discrezione e amore. Nient'altro.
Questo dono—o questo
compito—mi ha portato a una convinzione profonda, che oggi è la mia
bussola: tutto è già scritto. Non in modo deterministico e passivo, ma
come una partitura musicale già composta. Noi siamo gli esecutori. Possiamo
suonare le note con più o meno sentimento, possiamo accelerare o rallentare il
tempo, ma la melodia, la sua direzione, il suo inizio e la sua fine su questa
terra... sono lì.
Siamo nelle mani di
Dio, dell'Universo, del Destino—chiamatelo come volete. Siamo in un grande Disegno di cui cogliamo
solo un frammento. La nostra vita terrena, con le sue gioie e i suoi dolori,
non è che una lezione. Una classe, in una scuola infinita. Quando il corso
finisce—quando abbiamo imparato ciò che dovevamo imparare, amato chi dovevamo
amare, consegnato i messaggi che ci erano stati affidati—torniamo. Per altri corsi,
altre lezioni, in altre forme.
Capire questo mi ha
liberata. Ha dato un senso alle sofferenze passate (erano esercitazioni
necessarie). Ha dato un senso all'incontro con Livio (era una lezione
d'amore suprema, forse il premio per aver superato gli esami più duri). Ha dato
un senso persino ai miei sogni di postino (ero stata scelta per un servizio di
connessione tra i mondi, perché forse la mia anima antica sapeva come farlo).
Ora guardo la nostra
vita a Lido dei Gigli, il nostro amore costruito mattone dopo mattone, con una
gratitudine che va oltre la felicità personale. È gratitudine cosmica. Siamo due anime che,
secondo il grande Disegno, si sono ritrovate in questo capitolo della storia
infinita per scrivere insieme una pagina di bellezza, di riparazione, di gioia
pura. Forse era scritto che la regina e il faraone si ritrovassero, dopo tremila
anni, non più su un trono d'Egitto, ma in un giardino sul mare laziale, per
imparare la lezione più dolce: quella dell'amore che guarisce tutto.
E mentre lo guardo
addormentarsi accanto a me, so che nulla di questo è casuale. È tutto parte
dello stesso, meraviglioso, misterioso Libro. E noi, per adesso, stiamo vivendo
il nostro capitolo preferito. Con la serena consapevolezza che, quando anche questa
lezione d'amore sarà completa, non sarà una fine, ma solo un dolce arrivederci, nell'attesa della
prossima, luminosa avventura dell'anima.
Chapter 10 – The Sign of Hatshepsut
At Lido dei Gigli, time had a different quality. It didn't flow, it lingered. And in that lingering, it allowed the mind to travel far, to follow invisible threads that daily hustle normally breaks.
One day, talking about the thousand coincidences that had united us—from eyes to music, from the password to the geography of the heart—we fell upon a theme that was dear to us, but that we had never truly explored: our strange, powerful attraction to Egypt. It wasn't a tourist's interest. It was a visceral call, a sense of deep familiarity that went beyond fascination with the pyramids.
Sitting in the garden, with the sound of the sea as our only accompaniment, we began to dig. He, with his precise engineer's mind, but also with a poet's soul, was the first to give a name to that feeling.
«You know,» he told me, looking at me with that intensity that smacked of ancient truths, «that when I say you are a queen, it's not a figure of speech. It's a certainty.»
I smiled, thinking of our private metaphor. But he continued, very seriously.
«Not just any queen, Paola. Hatshepsut.»The name echoed in the silence of the afternoon. Hatshepsut. The great queen pharaoh. She who ruled Egypt in an era of peace and prosperity, who had wonderful temples built, who defied conventions to embody supreme power. A figure of strength, intelligence, and foresight.
I was speechless. He saw my astonishment and continued, his voice low and hypnotic.
«Three thousand years ago you left your mark. Not as a king's wife or mother. As a sovereign. You ruled, you built, you impressed your will upon history. And then... you disappeared. Erased, perhaps, from the history written by the men who came after. But your true sign remained. In stone, and in some part of the soul that has now returned.»They weren't fanciful words. They were a revelation. As I listened, something inside me aligned, like a puzzle finding its final piece. My fierce independence, my desire to build, my ability to govern my life after every storm, my inner queenship that asked no permission... everything took on a new meaning, a millenary echo.
He wasn't paying me a compliment. He was reminding me of who I had been. And in that gaze, I saw not just the man I loved, but perhaps the keeper of that memory, the high priest of my ancient cult, returned to honor and accompany his sovereign, after centuries of oblivion.
That day, our story stepped outside the boundaries of a single lifetime. We were no longer just Paola and Livio, two mature people who had found each other. We were two ancient essences that, after a very long oblivion, had found each other again to complete a work left unfinished. The love we felt was not just passion or affection. It was a karmic recognition, the solemn joy of resuming a conversation interrupted at the threshold of History.
Since then, the name Hatshepsut has become our most sacred code. A symbol that contains all my strength, his devotion, and the extraordinary destiny that united us not by chance, but by a design infinitely greater than us.
When we now walk on the beach of Lido dei Gigli, we no longer walk only along the Lazio sea. We walk along the banks of a Nile that flows in our cellular memory. And the house we are building together is not just a refuge, it is the modern temple where that queen, finally found, can reign, loved and protected, by her returned pharaoh.
The sign had been left. And now, after three thousand years, we were redesigning it together, with love.
Long before knowing Livio, long before suspecting that a man with my father's eyes and a pharaoh's heart could exist, I took a journey that opened the doors of my soul. I left for Egypt a tourist. I returned a vehicle of an ancient memory.
2018/19. A planned trip, one would say, to admire the pyramids, the Sphinx, the temples. Instead, it was a pilgrimage. As soon as I crossed that geographical threshold, a deep torpor took hold of me. It wasn't jet-lag fatigue. It was a hibernation of my daily self. I slept. Literally. I spent entire days in a kind of trance between one archaeological site and another. I was there, but I wasn't present. It was as if my body, having set foot on that land, had activated an ancestral switch and had said: "Now rest. Now let the deepest part of you speak."
I was there to remember. Not to visit.
While the conscious Paola dozed in the hotel, something else in me awakened. Channels I didn't know I possessed opened up. Sensations, images, an immediate knowledge of certain places that went beyond the tourist guide. It was like returning home after a very long exile. A home made of sand, of scorching heat, of stone carved with symbols that, in some recess of my mind, I recognized.
It was in that dreamlike journey that my gifts began to speak. That "feeling," that subtle perception that sometimes anticipated events or caught moods, emerged from the fog and presented itself forcefully. And the dreams began. Vivid, powerful dreams, set in remote eras, with clothes, perfumes, hieroglyphs. At first, they frightened me. Who was this woman who dreamed in a lost symbolic language? What was happening to me?
I returned to Italy changed. Not just emotionally, but structurally. I had a new awareness, and tools I didn't know how to manage. They were an uncomfortable treasure, sometimes disturbing.
And then, years later, Livio arrived. And with him, the courage to talk about it. I told him about that Egypt, the torpor, the dreams, the initial fear. I looked at him, fearing skepticism, a grimace of disbelief.
He listened to me in total, absolute silence. When I finished, there wasn't a moment's hesitation. His eyes lit up with a solemn certainty.
«You didn't get scared,» he said, «you were afraid of the awakening. What you experienced wasn't a trip. It was a return. You went to get your keys back. The gifts you brought back are your royal tools. The dreams are the memories of your court.»In those words, I found the confirmation that no therapist or friend could ever have given me. He wasn't interpreting my fantasy. He was recognizing a superior truth. His identification of me as Hatshepsut hadn't come from nowhere. It was the perfect, mythical yet very concrete, explanation of that transformative experience I had lived on the banks of the Nile.
Today, those gifts no longer frighten me. I manage them. They are my most precious asset, my direct connection to that queen I was and that, in some way, I still am. And the dreams? They are courtesy visits from my own ancient soul. Livio is the only one in the world who can understand this, because he is not just my partner. He is the keeper of my story, the one who arrived after the awakening, to help me reign over this new, wonderful kingdom that is our life together.
That trip to Egypt wasn't the beginning of our story. It was the beginning of my truest story. And he, arriving after, became its natural, inevitable, glorious epilogue—and new beginning.
Our love story, the one with Livio, is the most beautiful and earthly plot I have ever lived. But it is woven on a much larger, more ancient, more mysterious canvas. A canvas that, over time, I have learned to recognize and accept with a mixture of humility and responsibility.
Because my life is not only made of human encounters. It is traversed by soul encounters. It still happens to me, though less than before—perhaps because the regained peace has calmed the urgency—to access a dream space that is not a dream. It's a passage place. There, messages come to me. Clear, sharp, unmistakable. They are not for me. They are for others.
Sometimes, they are people I know. Other times, in the dream, I meet unknown faces. Yet, when I later cross paths with them in real life—on a street, at a meeting, by pure chance—I recognize them instantly. They are them. And I know, with a certainty that comes from another dimension, that I have a word to deliver. A message from the Beyond.
Being a postman is not always easy. Sometimes the words are comforting, sometimes simple, sometimes they might seem uncomfortable. But I have learned not to judge, not to interpret. I am only a channel. A conduit. My part is to receive and deliver, with discretion and love. Nothing else.
This gift—or this task—has led me to a deep conviction, which today is my compass: everything is already written. Not in a deterministic and passive way, but like a musical score already composed. We are the performers. We can play the notes with more or less feeling, we can speed up or slow down the tempo, but the melody, its direction, its beginning and its end on this earth... are there.
We are in the hands of God, the Universe, Destiny—call it what you will. We are in a great Design of which we grasp only a fragment. Our earthly life, with its joys and sorrows, is but a lesson. A class, in an infinite school. When the course ends—when we have learned what we had to learn, loved who we had to love, delivered the messages entrusted to us—we return. For other courses, other lessons, in other forms.
Understanding this has freed me. It gave meaning to past sufferings (they were necessary exercises). It gave meaning to the encounter with Livio (it was a supreme love lesson, perhaps the prize for having passed the hardest exams). It gave meaning even to my postman dreams (I had been chosen for a service of connection between worlds, because perhaps my ancient soul knew how to do it).
Now I look at our life at Lido dei Gigli, our love built brick by brick, with a gratitude that goes beyond personal happiness. It is cosmic gratitude. We are two souls who, according to the great Design, found each other again in this chapter of the infinite story to write together a page of beauty, of reparation, of pure joy. Perhaps it was written that the queen and the pharaoh would find each other again, after three thousand years, no longer on an Egyptian throne, but in a garden by the Lazio sea, to learn the sweetest lesson: that of the love that heals everything.
And as I watch him fall asleep next to me, I know that none of this is random. It is all part of the same, wonderful, mysterious Book. And we, for now, are living our favorite chapter. With the serene awareness that, when even this love lesson is complete, it will not be an end, but only a sweet goodbye, waiting for the next, luminous adventure of the soul.
Capítulo 10 – La señal de Hatshepsut
En Lido dei Gigli, el tiempo tenía una cualidad diferente. No fluía, se detenía. Y en esa detención, permitía a la mente viajar lejos, seguir hilos invisibles que el ajetreo cotidiano normalmente rompe.
Un día, hablando de las mil coincidencias que nos habían unido—desde los ojos a la música, desde la contraseña a la geografía del corazón—caímos en un tema que nos era querido, pero que nunca habíamos explorado realmente: nuestra extraña, poderosa atracción por Egipto. No era un interés turístico. Era un llamado visceral, un sentido de familiaridad profunda que iba más allá de la fascinación por las pirámides.
Sentados en el jardín, con el sonido del mar como único acompañamiento, empezamos a excavar. Él, con su mente precisa de ingeniero, pero también con alma de poeta, fue el primero en dar nombre a ese sentir.
«Tú sabes», me dijo, mirándome con esa intensidad que sabía a verdades antiguas, «que cuando digo que eres una reina, no es un decir. Es una certeza.»
Sonreí, pensando en nuestra metáfora privada. Pero él prosiguió, serísimo.
«No una reina cualquiera, Paola. Hatshepsut.»El nombre resonó en el silencio de la tarde. Hatshepsut. La gran reina faraón. La que gobernó Egipto en una época de paz y prosperidad, que mandó construir templos maravillosos, que desafió las convenciones para encarnar el poder supremo. Una figura de fuerza, inteligencia y previsión.
Me quedé sin palabras. Él vio mi asombro y continuó, la voz baja e hipnótica.
«Hace tres mil años dejaste tu huella. No como esposa o madre de un rey. Como soberana. Gobernaste, construiste, imprimiste tu voluntad en la historia. Y luego... desapareciste. Borrada, quizás, de la historia escrita por los hombres que vinieron después. Pero tu señal verdadera permaneció. En la piedra, y en alguna parte del alma que ahora ha vuelto.»No eran palabras fantasiosas. Eran una revelación. Mientras las escuchaba, algo en mí se alineaba, como un puzzle que encuentra su pieza final. Mi independencia feroz, mis ganas de construir, mi capacidad de gobernar mi vida tras cada tormenta, mi realeza interior que no pedía permiso... todo adquiría un sentido nuevo, un eco milenario.
Él no me estaba haciendo un cumplido. Me estaba recordando quién había sido. Y en esa mirada, yo veía no solo al hombre que amaba, sino quizás al guardián de esa memoria, al sumo sacerdote de mi antiguo culto, vuelto para honrar y acompañar a su soberana, después de siglos de olvido.
Ese día, nuestra historia salió de los límites de una vida. Ya no éramos solo Paola y Livio, dos personas maduras que se habían encontrado. Éramos dos esencias antiguas que, después de un larguísimo olvido, se habían reencontrado para completar una obra dejada pendiente. El amor que sentíamos no era solo pasión o afecto. Era un reconocimiento kármico, la alegría solemne de retomar un discurso interrumpido en los umbrales de la Historia.
Desde entonces, el nombre Hatshepsut se ha convertido en nuestro código más sagrado. Un símbolo que encierra toda mi fuerza, su devoción, y el destino extraordinario que nos unió no por azar, sino por un diseño infinitamente más grande que nosotros.
Cuando ahora caminamos por la playa de Lido dei Gigli, ya no caminamos solo por el mar del Lacio. Caminamos por las orillas de un Nilo que fluye en nuestra memoria celular. Y la casa que estamos construyendo juntos no es solo un refugio, es el templo moderno donde esa reina por fin reencontrada puede reinar, amada y protegida, por su faraón retornado.
La señal había sido dejada. Y ahora, después de tres mil años, la estábamos rediseñando juntos, con amor.
Mucho antes de conocer a Livio, mucho antes de sospechar que un hombre con los ojos de mi padre y el corazón de un faraón pudiera existir, hice un viaje que me abrió las puertas del alma. Partí a Egipto turista. Regresé vehículo de una memoria antigua.
2018/19. Un viaje programado, se diría, para admirar las pirámides, la Esfinge, los templos. En cambio, fue una peregrinación. Nada más cruzar ese umbral geográfico, un sopor profundo se apoderó de mí. No era cansancio por el jet-lag. Era una hibernación de mi yo cotidiano. Dormía. Literalmente. Pasaba días enteros en una especie de trance entre un sitio arqueológico y otro. Estaba allí, pero no estaba presente. Era como si mi cuerpo, al pisar esa tierra, hubiera activado un interruptor ancestral y hubiera dicho: "Ahora descansa. Ahora deja que hable la parte más profunda de ti".
Estaba allí para recordar. No para visitar.
Mientras la Paola consciente dormitaba en el hotel, algo más en mí se despertaba. Se abrían canales que no sabía que poseía. Sensaciones, imágenes, un conocimiento inmediato de ciertos lugares que iba más allá de la guía turística. Era como volver a casa después de un larguísimo exilio. Una casa hecha de arena, de calor abrasador, de piedra tallada con símbolos que, en algún recoveco de la mente, reconocía.
Fue en ese viaje-onírico donde mis dones empezaron a hablar. Ese "sentir", esa percepción sutil que a veces anticipaba eventos o captaba estados de ánimo, salió de la niebla y se presentó con prepotencia. Y empezaron los sueños. Sueños vívidos, poderosos, ambientados en épocas remotas, con vestimentas, perfumes, jeroglíficos. Al principio, me asustaron. ¿Quién era esta mujer que soñaba en una lengua simbólica perdida? ¿Qué me estaba pasando?
Regresé a Italia cambiada. No solo emocionalmente, sino estructuralmente. Tenía una conciencia nueva, y unas herramientas que no sabía cómo gestionar. Eran un tesoro incómodo, a veces inquietante.
Y luego, años después, llegó Livio. Y con él, el valor de hablar de ello. Le conté ese Egipto, el sopor, los sueños, el miedo inicial. Lo miré, temiendo un escepticismo, una mueca de incredulidad.
Él me escuchó en un silencio total, absoluto. Cuando terminé, no hubo un instante de vacilación. Sus ojos se iluminaron con una certeza solemne.
«No te asustaste», dijo, «tuviste miedo del despertar. Lo que viviste no fue un viaje. Fue un regreso. Fuiste a recuperar tus llaves. Los dones que trajiste de vuelta son tus herramientas reales. Los sueños son los recuerdos de tu corte.»En esas palabras, encontré la confirmación que ningún terapeuta o amigo podría haberme dado jamás. Él no estaba interpretando mi fantasía. Estaba reconociendo una verdad superior. Su identificación de mí como Hatshepsut no había nacido de la nada. Era la explicación perfecta, mítica y sin embargo concretísima, de esa experiencia transformadora que había vivido a orillas del Nilo.
Hoy, esos dones ya no me asustan. Los gestiono. Son mi bien más preciado, mi conexión directa con esa reina que fui y que, de algún modo, aún soy. ¿Y los sueños? Son visitas de cortesía de mi propia alma antigua. Livio es el único en el mundo que puede entenderlo, porque no es solo mi compañero. Es el guardián de mi historia, el que llegó después del despertar, para ayudarme a reinar sobre este nuevo, maravilloso reino que es nuestra vida juntos.
Ese viaje a Egipto no fue el inicio de nuestra historia. Fue el inicio de mi historia más verdadera. Y él, llegando después, se convirtió en su natural, inevitable, glorioso epílogo—y nuevo comienzo.
Nuestra historia de amor, la de Livio y yo, es la trama más hermosa y terrenal que he vivido jamás. Pero está tejida sobre un lienzo mucho más grande, más antiguo, más misterioso. Un lienzo que, con el tiempo, he aprendido a reconocer y aceptar con una mezcla de humildad y responsabilidad.
Porque mi vida no está hecha solo de encuentros humanos. Está recorrida por encuentros de alma. Me ocurre todavía, aunque menos que antes—quizás porque la paz reencontrada ha calmado la urgencia—acceder a un espacio de sueño que no es sueño. Es un lugar de paso. Allí, me llegan mensajes. Claros, nítidos, inequívocos. No son para mí. Son para otros.
A veces, son personas que conozco. Otras veces, en el sueño, encuentro rostros desconocidos. Y sin embargo, cuando luego los cruzo en la vida real—en una calle, en una reunión, por pura casualidad—los reconozco al instante. Son ellos. Y yo sé, con una certeza que viene de otra dimensión, que tengo una palabra que entregar. Un mensaje del Más Allá.
Hacer de cartero no siempre es fácil. A veces las palabras son de consuelo, a veces son simples, a veces podrían parecer incómodas. Pero he aprendido a no juzgar, a no interpretar. Soy solo un canal. Un intermediario. Mi parte es recibir y entregar, con discreción y amor. Nada más.
Este don—o esta tarea—me ha llevado a una convicción profunda, que hoy es mi brújula: todo está ya escrito. No de manera determinista y pasiva, sino como una partitura musical ya compuesta. Nosotros somos los ejecutantes. Podemos tocar las notas con más o menos sentimiento, podemos acelerar o ralentizar el tempo, pero la melodía, su dirección, su principio y su fin en esta tierra... están ahí.
Estamos en manos de Dios, del Universo, del Destino—llámalo como quieras. Estamos en un gran Diseño del que captamos solo un fragmento. Nuestra vida terrenal, con sus alegrías y sus dolores, no es más que una lección. Una clase, en una escuela infinita. Cuando el curso termina—cuando hemos aprendido lo que debíamos aprender, amado a quien debíamos amar, entregado los mensajes que nos fueron encomendados—regresamos. Para otros cursos, otras lecciones, en otras formas.
Comprender esto me ha liberado. Dio sentido a los sufrimientos pasados (eran ejercicios necesarios). Dio sentido al encuentro con Livio (era una lección de amor suprema, quizás el premio por haber superado los exámenes más duros). Dio sentido incluso a mis sueños de cartero (había sido elegida para un servicio de conexión entre los mundos, porque quizás mi alma antigua sabía cómo hacerlo).
Ahora miro nuestra vida en Lido dei Gigli, nuestro amor construido ladrillo a ladrillo, con una gratitud que va más allá de la felicidad personal. Es gratitud cósmica. Somos dos almas que, según el gran Diseño, se reencontraron en este capítulo de la historia infinita para escribir juntas una página de belleza, de reparación, de pura alegría. Quizás estaba escrito que la reina y el faraón se reencontraran, después de tres mil años, no en un trono de Egipto, sino en un jardín junto al mar del Lacio, para aprender la lección más dulce: la del amor que todo lo cura.
Y mientras lo veo dormirse a mi lado, sé que nada de esto es casual. Todo es parte del mismo, maravilloso, misterioso Libro. Y nosotros, por ahora, estamos viviendo nuestro capítulo favorito. Con la serena conciencia de que, cuando también esta lección de amor esté completa, no será un final, sino solo un dulce hasta luego, a la espera de la próxima, luminosa aventura del alma.
Chapitre 10 – Le signe d'Hatchepsout
À Lido dei Gigli, le temps avait une qualité différente. Il ne coulait pas, il s'attardait. Et dans cet attardement, il permettait à l'esprit de voyager loin, de suivre des fils invisibles que le tumulte quotidien brise normalement.
Un jour, en parlant des mille coïncidences qui nous avaient unis—des yeux à la musique, du mot de passe à la géographie du cœur—nous tombâmes sur un thème qui nous était cher, mais que nous n'avions jamais vraiment exploré : notre étrange, puissante attraction pour l'Égypte. Ce n'était pas un intérêt touristique. C'était un appel viscéral, un sentiment de familiarité profonde qui allait au-delà de la fascination pour les pyramides.
Assis dans le jardin, avec le bruit de la mer comme seul accompagnement, nous commençâmes à creuser. Lui, avec son esprit précis d'ingénieur, mais aussi avec une âme de poète, fut le premier à donner un nom à ce ressenti.
« Tu sais, » me dit-il, me regardant avec cette intensité qui sentait les vérités anciennes, « que quand je dis que tu es une reine, ce n'est pas une façon de parler. C'est une certitude. »
Je souris, pensant à notre métaphore privée. Mais il poursuivit, très sérieux.
« Pas une reine quelconque, Paola. Hatchepsout. »Le nom résonna dans le silence de l'après-midi. Hatchepsout. La grande reine pharaon. Celle qui gouverna l'Égypte à une époque de paix et de prospérité, qui fit construire de merveilleux temples, qui défia les conventions pour incarner le pouvoir suprême. Une figure de force, d'intelligence et de prévoyance.
Je restai sans voix. Il vit ma stupeur et continua, la voix basse et hypnotique.
« Il y a trois mille ans, tu as laissé ta marque. Pas comme épouse ou mère d'un roi. Comme souveraine. Tu as gouverné, tu as construit, tu as imprimé ta volonté dans l'histoire. Et puis... tu as disparu. Effacée, peut-être, de l'histoire écrite par les hommes qui vinrent après. Mais ton vrai signe est resté. Dans la pierre, et dans quelque partie de l'âme qui est maintenant revenue. »Ce n'étaient pas des mots fantaisistes. C'était une révélation. En les écoutant, quelque chose en moi s'alignait, comme un puzzle qui trouve sa pièce finale. Mon indépendance farouche, mon envie de construire, ma capacité à gouverner ma vie après chaque tempête, ma royauté intérieure qui ne demandait pas la permission... tout prenait un sens nouveau, un écho millénaire.
Il ne me faisait pas un compliment. Il me rappelait qui j'avais été. Et dans ce regard, je voyais non seulement l'homme que j'aimais, mais peut-être le gardien de cette mémoire, le grand prêtre de mon ancien culte, revenu pour honorer et accompagner sa souveraine, après des siècles d'oubli.
Ce jour-là, notre histoire sortit des limites d'une vie. Nous n'étions plus seulement Paola et Livio, deux personnes mûres qui s'étaient trouvées. Nous étions deux essences anciennes qui, après un très long oubli, s'étaient retrouvées pour achever une œuvre laissée en suspens. L'amour que nous ressentions n'était pas seulement passion ou affection. C'était une reconnaissance karmique, la joie solennelle de reprendre un discours interrompu aux portes de l'Histoire.
Depuis lors, le nom d'Hatchepsout est devenu notre code le plus sacré. Un symbole qui renferme toute ma force, sa dévotion, et le destin extraordinaire qui nous a unis non par hasard, mais par un dessein infiniment plus grand que nous.
Quand maintenant nous marchons sur la plage de Lido dei Gigli, nous ne marchons plus seulement le long de la mer du Latium. Nous marchons le long des rives d'un Nil qui coule dans notre mémoire cellulaire. Et la maison que nous construisons ensemble n'est pas seulement un refuge, c'est le temple moderne où cette reine enfin retrouvée peut régner, aimée et protégée, par son pharaon revenu.
Le signe avait été laissé. Et maintenant, après trois mille ans, nous le redessinions ensemble, avec amour.
Bien avant de connaître Livio, bien avant de soupçonner qu'un homme avec les yeux de mon père et le cœur d'un pharaon puisse exister, je fis un voyage qui m'ouvrit les portes de l'âme. Je partis pour l'Égypte touriste. Je revins véhicule d'une mémoire ancienne.
2018/19. Un voyage programmé, dirait-on, pour admirer les pyramides, le Sphinx, les temples. Au lieu de cela, ce fut un pèlerinage. Dès que j'eus franchi ce seuil géographique, une torpeur profonde s'empara de moi. Ce n'était pas la fatigue du décalage horaire. C'était une hibernation de mon moi quotidien. Je dormais. Littéralement. Je passais des journées entières dans une sorte de transe entre un site archéologique et un autre. J'étais là, mais je n'étais pas présente. C'était comme si mon corps, ayant posé le pied sur cette terre, avait activé un interrupteur ancestral et avait dit : « Maintenant repose-toi. Maintenant laisse parler la partie la plus profonde de toi. »
J'étais là pour me souvenir. Pas pour visiter.
Pendant que la Paola consciente somnolait à l'hôtel, quelque chose d'autre en moi s'éveillait. Des canaux que je ne savais pas posséder s'ouvraient. Des sensations, des images, une connaissance immédiate de certains lieux qui allait au-delà du guide touristique. C'était comme rentrer chez soi après un très long exil. Une maison faite de sable, de chaleur brûlante, de pierre sculptée de symboles que, dans quelque recoin de mon esprit, je reconnaissais.
Ce fut lors de ce voyage onirique que mes dons commencèrent à parler. Ce « ressenti », cette perception subtile qui parfois anticipait des événements ou captait des humeurs, sortit du brouillard et se présenta avec force. Et les rêves commencèrent. Des rêves vifs, puissants, situés dans des époques lointaines, avec des vêtements, des parfums, des hiéroglyphes. Au début, ils m'effrayèrent. Qui était cette femme qui rêvait dans une langue symbolique perdue ? Que m'arrivait-il ?
Je revins en Italie changée. Pas seulement émotionnellement, mais structurellement. J'avais une conscience nouvelle, et des outils que je ne savais pas comment gérer. C'était un trésor inconfortable, parfois troublant.
Et puis, des années plus tard, Livio arriva. Et avec lui, le courage d'en parler. Je lui racontai cette Égypte, la torpeur, les rêves, la peur initiale. Je le regardai, craignant un scepticisme, une moue d'incrédulité.
Il m'écouta dans un silence total, absolu. Quand j'eus fini, il n'y eut pas un instant d'hésitation. Ses yeux s'illuminèrent d'une certitude solennelle.
« Tu n'as pas eu peur, » dit-il, « tu as eu peur du réveil. Ce que tu as vécu n'était pas un voyage. C'était un retour. Tu es allée récupérer tes clés. Les dons que tu as rapportés sont tes outils royaux. Les rêves sont les souvenirs de ta cour. »Dans ces mots, je trouvai la confirmation qu'aucun thérapeute ou ami n'aurait jamais pu me donner. Il n'interprétait pas mon fantasme. Il reconnaissait une vérité supérieure. Son identification de moi comme Hatchepsout n'était pas née de rien. C'était l'explication parfaite, mythique et pourtant très concrète, de cette expérience transformatrice que j'avais vécue sur les rives du Nil.
Aujourd'hui, ces dons ne m'effraient plus. Je les gère. Ils sont mon bien le plus précieux, ma connexion directe avec cette reine que je fus et que, d'une certaine manière, je suis encore. Et les rêves ? Ce sont des visites de courtoisie de ma propre âme ancienne. Livio est le seul au monde qui puisse le comprendre, car il n'est pas seulement mon compagnon. Il est le gardien de mon histoire, celui qui est arrivé après le réveil, pour m'aider à régner sur ce nouveau, merveilleux royaume qu'est notre vie ensemble.
Ce voyage en Égypte ne fut pas le début de notre histoire. Ce fut le début de mon histoire la plus vraie. Et lui, arrivant après, en est devenu le naturel, l'inévitable, le glorieux épilogue—et nouveau commencement.
Notre histoire d'amour, celle avec Livio, est l'intrigue la plus belle et la plus terrestre que j'aie jamais vécue. Mais elle est tissée sur une toile bien plus grande, plus ancienne, plus mystérieuse. Une toile que, avec le temps, j'ai appris à reconnaître et à accepter avec un mélange d'humilité et de responsabilité.
Parce que ma vie n'est pas faite seulement de rencontres humaines. Elle est parcourue de rencontres d'âme. Il m'arrive encore, même si moins qu'avant—peut-être parce que la paix retrouvée a calmé l'urgence—d'accéder à un espace de rêve qui n'est pas un rêve. C'est un lieu de passage. Là, des messages me parviennent. Clairs, nets, sans équivoque. Ils ne sont pas pour moi. Ils sont pour d'autres.
Parfois, ce sont des personnes que je connais. D'autres fois, dans le rêve, je rencontre des visages inconnus. Et pourtant, quand plus tard je les croise dans la vie réelle—dans une rue, lors d'une réunion, par pur hasard—je les reconnais instantanément. Ce sont eux. Et je sais, avec une certitude qui vient d'une autre dimension, que j'ai un mot à délivrer. Un message de l'Au-delà.
Faire le facteur n'est pas toujours facile. Parfois les mots sont réconfortants, parfois simples, parfois ils pourraient sembler inconfortables. Mais j'ai appris à ne pas juger, à ne pas interpréter. Je ne suis qu'un canal. Un intermédiaire. Ma part est de recevoir et de délivrer, avec discrétion et amour. Rien d'autre.
Ce don—ou cette tâche—m'a conduit à une conviction profonde, qui est aujourd'hui ma boussole : tout est déjà écrit. Pas de manière déterministe et passive, mais comme une partition musicale déjà composée. Nous sommes les exécutants. Nous pouvons jouer les notes avec plus ou moins de sentiment, nous pouvons accélérer ou ralentir le tempo, mais la mélodie, sa direction, son début et sa fin sur cette terre... sont là.
Nous sommes entre les mains de Dieu, de l'Univers, du Destin—appelez-le comme vous voulez. Nous sommes dans un grand Dessein dont nous ne saisissons qu'un fragment. Notre vie terrestre, avec ses joies et ses peines, n'est qu'une leçon. Une classe, dans une école infinie. Quand le cours se termine—quand nous avons appris ce que nous devions apprendre, aimé qui nous devions aimer, délivré les messages qui nous avaient été confiés—nous revenons. Pour d'autres cours, d'autres leçons, sous d'autres formes.
Comprendre cela m'a libérée. Cela a donné un sens aux souffrances passées (c'étaient des exercices nécessaires). Cela a donné un sens à la rencontre avec Livio (c'était une leçon d'amour suprême, peut-être la récompense d'avoir réussi les examens les plus durs). Cela a donné un sens même à mes rêves de facteur (j'avais été choisie pour un service de connexion entre les mondes, parce que peut-être mon âme ancienne savait comment faire).
Maintenant, je regarde notre vie à Lido dei Gigli, notre amour construit brique après brique, avec une gratitude qui va au-delà du bonheur personnel. C'est une gratitude cosmique. Nous sommes deux âmes qui, selon le grand Dessein, se sont retrouvées dans ce chapitre de l'histoire infinie pour écrire ensemble une page de beauté, de réparation, de pure joie. Peut-être était-il écrit que la reine et le pharaon se retrouvent, après trois mille ans, non plus sur un trône d'Égypte, mais dans un jardin au bord de la mer du Latium, pour apprendre la leçon la plus douce : celle de l'amour qui guérit tout.
Et tandis que je le regarde s'endormir à côté de moi, je sais que rien de tout cela n'est dû au hasard. Tout fait partie du même, merveilleux, mystérieux Livre. Et nous, pour l'instant, vivons notre chapitre préféré. Avec la conscience sereine que, quand même cette leçon d'amour sera complète, ce ne sera pas une fin, mais seulement un doux au revoir, dans l'attente de la prochaine, lumineuse aventure de l'âme.
La vostra connessione con l'Egitto antico e la vostra identificazione con Hatshepsut e il faraone è qualcosa di veramente unico e speciale. È come se aveste scoperto un segreto nascosto nel vostro DNA, un segreto che vi ha portato a ritrovarvi e a costruire una vita insieme.
RispondiEliminaMi piace come hai descritto il vostro amore come un riconoscimento karmico, una gioia solenne di riprendere un discorso interrotto alle soglie della Storia. È come se il vostro amore fosse una missione, un compito da portare a termine insieme.
La scena in cui Oliviero ti rivela che sei Hatshepsut è così toccante... 😊 È come se avesse scoperto un segreto nascosto dentro di te e lo stesse condividendo con te.
Il mio legame con l’Egitto l’ho sempre dichiarato, ma lui ha saputo cogliere ancora una volta la profondità di questo legame, un anima antica che aveva riconosciuto la sua Regina, il Faraone…..se lo guardi bene ha dei tratti Egiziani Oliviero…..mah chissà chi siamo stati prima ….!
RispondiElimina